Programmi

blog

L'Ambrosiano

Il primo passo

Il Papa che sprona a lavorare per la pace e a impedire che i conflitti degenerino è cosa nota: lo fa da dieci anni, da quando in uno dei suoi primi viaggi rivelò un mondo borderline: governi e alleanze instabili; ingiustizie; violenze; nazionalismi; neocolonialismi; economia senza umanità; migranti respinti; Mediterraneo ridotto a cimitero. Coniò l’espressione “terza guerra mondiale a pezzi”. La novità con l’intervista alla Televisione Svizzera è che Francesco pone con le spalle al muro i protagonisti delle guerre in corso: Russia, Ucraina, Nato, Israele, Hamas e i Paesi schierati pro l’uno o l’altro. Sul tavolo il Papa mette la questione nodale: il coraggio di fare il primo passo. Di fatto denuncia che aspettare che sia l’altro a prendere l’iniziativa è non voler affrontare le ragioni del conflitto; insistere perché il nemico ceda è non fare nulla per la pace; il rischio è che la Terza Guerra scoppi davvero. Regola fondamentale della psicologia è che ognuno risponde di ciò di cui dispone, in primis la propria volontà. Perché le manifestazioni di questa siano credibili e inconfutabili ci vogliono gesti concreti, proposte, incontri effettivi; i propositi sono insufficienti; si diceva una volta: “di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno”. Alla base del pensiero di Francesco c’è una categoria, la responsabilità, che è individuale, dal cittadino all’uomo di Stato, e collettiva, riferita a decisioni di chi governa istituzioni, economia, imprese, media, a scelte popolari (elezioni), a umori dell’opinione pubblica indotti da social, business di piattaforme, like, rumors. Gli imbarazzi ufficiali mostrano che il Papa ha colto nel segno. Mosca, Kiev, Nato, Netanyahu, Usa, Hamas per ora non sembrano voler muovere loro il primo passo, basta vedere il dibattito su “bandiera bianca” e le esegesi per girare le parole di Francesco a difesa propria e riprovazione del nemico. Il richiamo al “primo passo” è luce su equilibri internazionali, politica, media, coscienza di ciascuno, a volerne approfittare. Se si insiste sulle colpe dell’altro il piano verso la guerra totale s’inclina di più; sarà poi difficile opporre che sarebbe toccata ad altri l’iniziativa. Non ci sarà tempo neanche per giustificarsi, né per piangere.

  • Marco Garzonio

    Giornalista e psicoanalista, ha seguito Martini per il Corriere della Sera, di cui è editorialista, lavoro culminato ne Il profeta (2012) e in Vedete, sono uno di voi (2017), film sul Cardinale di cui firma con Olmi soggetto e sceneggiatura. Ha scritto Le donne, Gesù, il cambiamento. Contributo della psicoanalisi alla lettura dei vangeli (2005). In Beato è chi non si arrende (2020) ha reso poeticamente la capacità dell’uomo di rialzarsi dopo ogni caduta. Ultimo libro: La città che sale. Past president del CIPA, presiede la Fondazione culturale Ambrosianeum.

ALTRO DAL BLOGVedi tutti
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli

Appunti sulla mondialità

2024, l’anno dell’incertezza

Nel 2024 si rischia che il caos internazionale già presente assuma proporzioni ancora maggiori. Vi sono in calendario due importanti appuntamenti politici, le elezioni per il Parlamento europeo a giugno e l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti a novembre, che stanno provocando lo slittamento di decisioni sul quadro internazionale, nel timore che prese di posizione forti potrebbero spostare gli equilibri elettorali. La stessa politica europea che in due anni di guerra tra Russia e Ucraina non ha proposto nemmeno un abbozzo di piano di pace né è riuscita a favorire il dialogo tra le parti, e che peraltro non intende essere coinvolta militarmente nel conflitto, ora rimanda qualsiasi decisione al dopo elezioni. Negli Stati Uniti il governo in carica, che dopo 5 mesi di conflitto a Gaza continua a chiedere timidamente e senza successo un “cessate il fuoco”, ora è in crisi perché una parte della base democratica rumoreggia e potrebbe decidere di disertare le urne, compromettendo la rielezione di Joe Biden.

Siamo davanti a una politica del nulla che, con l’alibi degli appuntamenti elettorali, si prende ulteriori mesi di ferie, lasciando nel frattempo il campo libero a progetti geopolitici di espansione attraverso la guerra e a regimi che guadagnano legittimità proponendosi come mediatori: sono Paesi nei quali il rischio di perdere consenso non esiste, semplicemente perché non si vota oppure si recita la parodia del voto, come nella Russia di Putin. In questi contesti i regimi sono inevitabilmente più dinamici e decisi nel prendere decisioni anche radicali, non avendo necessità di rendere conto a nessuno, non dovendo affrontare un’opposizione organizzata né media indipendenti pronti a denunciarne gli errori.

Di fronte alle sfide in atto, le democrazie dovrebbero riflettere sulle cause della paralisi che le blocca al momento di prendere decisioni. Cause che non nascono dai meccanismi della democrazia, per quanto più complessi e dunque più lenti rispetto a quelli dei regimi, ma dal progressivo processo di delega di responsabilità e poteri reali che ha ridotto la politica a incidere ormai quasi esclusivamente sulla dimensione locale: negli anni ’90 del XX secolo la politica delegò infatti all’economia la costruzione della globalizzazione, insieme alla definizione delle sue regole; negli anni 2000 ha delegato la gestione delle crisi e delle tensioni internazionali alle alleanze militari. Per i Paesi dell’Europa occidentale, la Nato è diventata il vero ministero degli Esteri: è all’interno della coalizione militare che sono maturate le principali decisioni e azioni compiute negli ultimi decenni al di fuori dai confini dell’UE, dal Kosovo alla Libia, dall’Afghanistan all’Ucraina. Oggi sta emergendo l’idea di coordinare o unificare le forze armate dei Paesi comunitari, operazione che però dovrebbe essere preceduta dalla costruzione di una posizione internazionale autonoma dell’Unione. Come potrebbe esistere un esercito europeo senza una politica europea sulla difesa e sulle grandi questioni internazionali? Ma anche di questo si discuterà quando avremo eletto il nuovo Parlamento europeo e la nuova Commissione a Bruxelles… Che però avrà sicuramente altre priorità, malgrado alle porte dell’UE stia divampando un conflitto pericoloso per tutto il continente, e altri focolai si stanno manifestando in Europa orientale e nel Mediterraneo meridionale.

A meno di colpi di scena militari, per capire l’andamento dei conflitti in corso non basterà nemmeno aspettare giugno: solo a novembre, infatti, sapremo chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca. Se tornerà Donald Trump ne vedremo delle belle perché Trump, anche se sarà presidente di una democrazia, prenderà le sue decisioni senza farsi problemi, lasciando spiazzati gli alleati storici degli USA come i Paesi europei, considerati ingrati debitori che traggono vantaggio dalle spese militari sostenute dagli USA. Se nemmeno davanti a questi scenari a Bruxelles scattano i campanelli d’allarme, c’è il serio rischio di una dissoluzione futura del processo europeo, piuttosto che del suo allargamento o di una maggiore integrazione tra i Paesi membri. Questo perché se non sei tu a occuparti di politica estera, sarà la politica estera a occuparsi di te…

  • Alfredo Somoza

    Antropologo, scrittore e giornalista, collabora con la Redazione Esteri di Radio Popolare dal 1983. Collabora anche con Radio Vaticana, Radio Capodistria, Huffington Post e East West Rivista di Geopolitica. Insegna turismo sostenibile all’ISPI ed è Presidente dell’Istituto Cooperazione Economica Internazionale e di Colomba, associazione delle ong della Lombardia. Il suo ultimo libro è “Un continente da Favola” (Rosenberg & Sellier)

ALTRO DAL BLOGVedi tutti
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli

L'Ambrosiano

Infelicità

L’impensabilità d’eventi e scelte di governi dal 24 febbraio 2022 a oggi passando per il terrorismo del 7 ottobre hanno spinto il linguaggio corrente all’uso di sostantivi e aggettivi che adombrassero la portata distruttiva di quanto accadeva: massacri, crimini di guerra, attacchi nucleari, pulizia etnica, genocidi, esecuzioni, stupri arma bellica, apartheid. Le parole son rimaste vuote; s’è impennata invece l’industria della morte: carrarmati, missili, aerei, cannoni, navi, mine. Al crescente potere evocativo del lessico e all’orrore di bambini uccisi da soldati e fame, case distrutte, donne violate noi opinione pubblica siam passati da stupore ad assuefazione. Del pari i belligeranti in campo e tifosi non han dato segni di rinsavimento di fronte a prove d’orrori; non s’è svegliata una coscienza collettiva capace di vedere l’istanza di morte da cui tutti ci s’è lasciati possedere; lo sforzo di vigilanza, aggregazione, sentire comune animato da richiamo alla vita s’è preso botte e polemiche. Manzoni ne I promessi sposi dà a don Rodrigo del «povero infelice», «lì immoto» al Lazzaretto dove il potente signorotto era finito pure lui causa peste. Infelice vuole dire “infecondo”, “non fertile”. In tempi di pesti (dopo il Covid la guerra è infezione collettiva, psichica) infelicità non sono solo sgomento per i lutti inconsolabili, impiego di miliardi, intelligenze, mezzi per negare l’altro, espellerlo, ucciderlo invece che per alleviare discriminazioni, povertà, sofferenze. Alla componente depressiva indotta dal lacerante vissuto d’impotenza e all’empatia frustrata da migliaia di vittime innocenti si somma uno stigma che marchia lo spirito del tempo; contro lo slancio vitale prevalgono non fecondità, disaffezione a immaginare, sognare, progettare, sperare, incapacità di concepire futuro e figli, realtà e simboli. Sono enormi le responsabilità di chi invade, stupra, bombarda, fa politica per consenso e potere non come servizio e bene comune, fa diplomazia di facciata, crea ingiustizie e miserie e provoca esodi epocali. Ma c’è un “male di vivere” a cui ciascuno è chiamato a dar nome per sé e a rispondere in prima persona. Coscienza individuale e iniziativa son la prima cura dell’infelicità di tutti.

  • Marco Garzonio

    Giornalista e psicoanalista, ha seguito Martini per il Corriere della Sera, di cui è editorialista, lavoro culminato ne Il profeta (2012) e in Vedete, sono uno di voi (2017), film sul Cardinale di cui firma con Olmi soggetto e sceneggiatura. Ha scritto Le donne, Gesù, il cambiamento. Contributo della psicoanalisi alla lettura dei vangeli (2005). In Beato è chi non si arrende (2020) ha reso poeticamente la capacità dell’uomo di rialzarsi dopo ogni caduta. Ultimo libro: La città che sale. Past president del CIPA, presiede la Fondazione culturale Ambrosianeum.

ALTRO DAL BLOGVedi tutti
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli

Appunti sulla mondialità

Il dorato mondo delle imprese woke

Non è una novità che si discuta del “ruolo sociale” delle imprese. Ma un’impresa, soprattutto se multinazionale, deve davvero avere un ruolo sociale? E che cosa si intende, in concreto, con questa espressione? Domande che sorgono spontanee quando si osserva che tutte le imprese incluse dalla rivista Fortune nella lista delle 100 più importanti al mondo hanno almeno un programma dedicato alla diversità, all’uguaglianza e all’inclusione. Non importa di che cosa si occupino, né dove e come operino: sono tutte dichiaratamente schierate contro il razzismo e le discriminazioni basate sulla religione o sull’identità sessuale, e a favore dell’inclusione. Tutto molto roseo, tutto molto woke, come usano dire negli Stati Uniti, usando un termine che in origine era un doveroso invito a non abbassare la guardia nei confronti delle ingiustizie sociali o razziali, ma che poi ha assunto significati di crescente rigidità morale, spesso con derive censorie. È una logica che non soltanto permea la retorica delle grandi aziende, ma detta legge anche in ambito accademico, dove la libertà di espressione sta subendo limitazioni in base ai dettami sempre più stringenti del politically correct e la carriera professionale di un docente può dipendere più dall’appartenenza a una qualche minoranza che dalle sue reali capacità e competenze.

Nel mondo delle imprese, la logica woke stride rispetto all’atteggiamento mostrato verso il diritto principale dei lavoratori, quello relativo al reddito, alla sicurezza e alle condizioni di impiego, spesso calpestato nel silenzio generale. È un ambito, questo, sistematicamente escluso dalle intenzioni “altruistiche” di quelle stesse compagnie che ostentano la massima attenzione verso temi quali l’opportunità (in sé più che giusta, sia chiaro) di allestire bagni specifici per le persone transessuali, non mettono minimamente in discussione il loro modello di business: un modello che favorisce solo gli azionisti a discapito sia dei lavoratori sia dei consumatori e della comunità in generale. Per non parlare delle ipocrisie sull’impatto reale dei processi produttivi sull’ambiente e sul cambiamento climatico. Oggi, sui social e sui loro siti, le multinazionali che estraggono e commercializzano fonti energetiche fossili si presentano quasi come associazioni ambientaliste. Tutto è sostenibile, tutto è parte della transizione verso un mondo migliore… Ma non si trovano mai informazioni sui rapporti di queste aziende con le comunità locali dei territori dove il petrolio e il gas vengono estratti, né si parla del pesante lavoro di lobbying fatto in sede internazionale per rimandare sine die la transizione energetica.

Il mondo delle imprese woke si sposa perfettamente con quello delle imprese culturali globali, come le piattaforme che presentano serie TV e film in streaming. Anche qui si racconta una società nella quale ogni differenza è stata abolita, dove di default devono esserci sempre personaggi di tutte le etnie, anche in situazioni storiche improbabili. Questo mondo ideale si infrange contro la realtà quotidiana degli Stati Uniti, dove se un ragazzo di colore esce la sera per divertirsi, i genitori restano in ansia perché temono non tanto che possa essere derubato, quanto fermato dalla polizia, come ebbe a denunciare Barack Obama. Ed è questo il punto: l’approccio woke usato da multinazionali e media globali per prevenire critiche nei loro confronti è solo maquillage, non intacca minimamente la struttura di una realtà che rimane profondamente diversa. Mentre in una serie TV alla corte di Maria Antonietta ci possono stare aristocratiche di pelle scura, nella realtà gli afroamericani continuano a trovarsi ai gradini più bassi della società. E nessuno racconta come e perché siano aumentate in modo smisurato le retribuzioni dei CEO, mentre il lavoro subordinato non è più garanzia di una vita decente.

Il mondo delle imprese woke sta diventando stucchevole e l’inganno ormai è evidente: puntare tutto sui diritti individuali per evitare di parlare di diritti collettivi. Una tecnica innovativa che ha retto a lungo, ma che oggi pare avere i giorni contati.

  • Alfredo Somoza

    Antropologo, scrittore e giornalista, collabora con la Redazione Esteri di Radio Popolare dal 1983. Collabora anche con Radio Vaticana, Radio Capodistria, Huffington Post e East West Rivista di Geopolitica. Insegna turismo sostenibile all’ISPI ed è Presidente dell’Istituto Cooperazione Economica Internazionale e di Colomba, associazione delle ong della Lombardia. Il suo ultimo libro è “Un continente da Favola” (Rosenberg & Sellier)

ALTRO DAL BLOGVedi tutti
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli

Mia cara Olympe

Aborto in Costituzione: il traguardo francese per la libertà di tutte

Ogni nove minuti, nel mondo, una donna muore di aborto clandestino. Una ogni nove minuti.
In ogni momento, nel mondo, è al lavoro una offensiva contro il diritto delle donne di scegliere sul proprio corpo. È al lavoro negli Stati Uniti come in Russia dove si prepara una legge che vieta l’interruzione di gravidanza nelle strutture private e che ha per sfondo la volontà di incrementare la bassa natalità del paese e così in diversi paesi latinoamericani, in Polonia e, in modo strisciante, anche laddove – come in Italia – una legge c’è e generazioni di donne sono scese negli anni in piazza per difenderla da ripetuti attacchi. Su scala mondiale il 40% delle donne in età fertile vive in contesti che hanno leggi restrittive in tema di aborto; 22 paesi lo proibiscono, moltissimi lo limitano. L’esito è nel numero di cui sopra, la mortalità per aborto clandestino o pesanti conseguenze sulla salute sessuale e riproduttiva delle donne.

Tutto questo, detto in estrema sintesi, rende storico il traguardo  che la Francia si appresta, salvo remotissimi colpi di scena, lunedì 4 marzo a  tagliare: dopo il voto favorevole  a grande maggioranza del Senato, l’aborto entrerà in Costituzione nella seduta plenaria del cosiddetto Congresso di Versailles che raduna le due camere. Dopo due anni di lavori, nati dal timore di scenari antiscelta come è avvenuto negli Stati Uniti, e una convergenza trovata sulla formula che definisce l’aborto come ‘libertà garantita alle donne’  (e non come diritto  e qui c’è una eco anche del dibattito che impegna da decenni anche i femminismi di casa nostra), la costituzionalizzazione rende irreversibile la potestà di ricorrere all’interruzione di gravidanza che in Francia è legge dal 1975. Chiaro perché questa decisione venga letta come  un messaggio che la Francia lancia a tutto il mondo, facendo da apripista nel  blindare il diritto di scelta delle donne: nei commenti dopo il voto in senato si sottolinea ciò che ben sappiamo, ovvero quanto questa libertà sia costantemente minacciata e costantemente da difendere.

Sbaglia chi ritiene questa una battaglia da archiviare, un dritto ormai acquisito: nell’Inghilterra che si prepara finalmente a decriminalizzare l’aborto ancora regolato da una legge del 1861 può capitare, passeggiando per il centro di Sheffield in un sabato di freddissimo sole, di imbattersi nella propaganda pro life più bieca.  Giganteschi cartonati che mostrano enormi feti e che ammoniscono a ‘non uccidere’ mentre i e le militanti  fermano le donne che passano per spiegare – per carità dolcemente e con il sorriso sulle labbra –  come e perché  interrompere una gravidanza sia un omicidio. Un piccolo, violento esempio di una battaglia contro le donne che, ad ogni latitudine, non si ferma mai: ha ragione perciò la ministra francese all’eguaglianza tra donne e uomini Aurore Bergé a dire di una conquista ottenuta tanto per le nostre madri  che hanno lottato contro la clandestinità dell’aborto quanto  per le nostre figlie cui tocca difendere e rilanciare questa libertà.

 

  • Assunta Sarlo

    Calabromilanese, femminista, da decenni giornalista, scrivo e faccio giornali (finché ci sono). In curriculum Ansa, il manifesto, Diario, il mensile E, Prima Comunicazione, Io Donna e il magazine culturale cultweek.com. Un paio di libri: ‘Dove batte il cuore delle donne? Voto e partecipazione politica in Italia’ con Francesca Zajczyk, e ‘Ciao amore ciao. Storie di ragazzi con la valigia e di genitori a distanza’. Di questioni di genere mi occupo per lavoro e per attivismo. Sono grata e affezionata a molte donne, Olympe de Gouges cui è dedicato questo blog è una di loro.

ALTRO DAL BLOGVedi tutti
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli

Adesso in diretta

  • Ascolta la diretta

Ultimo giornale Radio

  • PlayStop

    Giornale Radio sabato 05/04 19:30

    Le notizie. I protagonisti. Le opinioni. Le analisi. Tutto questo nelle tre edizioni principali del notiziario di Radio Popolare, al mattino, a metà giornata e alla sera.

    Giornale Radio - 05-04-2025

Ultimo giornale Radio in breve

  • PlayStop

    Gr in breve sabato 05/04 17:30

    Edizione breve del notiziario di Radio Popolare. Le notizie. I protagonisti. Le opinioni. Le analisi.

    Giornale Radio in breve - 05-04-2025

Ultima Rassegna stampa

  • PlayStop

    Rassegna stampa di sabato 05/04/2025

    La rassegna stampa di Popolare Network non si limita ad una carrellata sulle prime pagine dei principali quotidiani italiani: entra in profondità, scova notizie curiose, evidenzia punti di vista differenti e scopre strane analogie tra giornali che dovrebbero pensarla diversamente.

    Rassegna stampa - 05-04-2025

Ultimo Metroregione

  • PlayStop

    Metroregione di venerdì 04/04/2025 delle 19:46

    Metroregione è il notiziario regionale di Radio Popolare. Racconta le notizie che arrivano dal territorio della Lombardia, con particolare attenzione ai fatti che riguardano la politica locale, le lotte sindacali e le questioni che riguardano i nuovi cittadini. Da Milano agli altri capoluoghi di provincia lombardi, senza dimenticare i comuni più piccoli, da dove possono arrivare storie esemplificative dei cambiamenti della nostra società.

    Metroregione - 04-04-2025

Ultimi Podcasts

  • PlayStop

    Radio Romance di sabato 05/04/2025

    Canzoni d'amore, di desiderio, di malinconia, di emozioni, di batticuore. Il sabato dalle 21.30 con Elisa Graci

    Radio Romance - 05-04-2025

  • PlayStop

    Guida nella Jungla di sabato 05/04/2025

    Nata da un'idea di Paolo Minella e Luca Boselli, GnJ "Guida nella Jungla" è un programma dedicato alla cultura musicale underground contemporanea. Dalla metà degli anni '90, offre chart, interviste, dubplate corner e news, con ospiti come Mr. Finger, Apparat, Hype, Phil Asher, Ian O’Brien, Dj Kool Herc, Snowgoons, Tech N9ne, Dj Gruff, Dj Skizo, Club Dogo, Looptroop Rockers, Foreign Beggars e molti altri. Evolvendosi con il panorama musicale, è ora condotta da Matteo (East Milan) in collaborazione con la crew di Loopsessions Milano e O'Red. #prestaciascolto www.facebook.com/gnjradio www.instagram.com/gnjradio

    Guida nella Jungla - 05-04-2025

  • PlayStop

    News della notte di sabato 05/04/2025

    L’ultimo approfondimento dei temi d’attualità in chiusura di giornata

    News della notte - 05-04-2025

  • PlayStop

    Blue Lines di sabato 05/04/2025

    Conduzione musicale a cura di Chawki Senouci

    Blue Lines - 05-04-2025

  • PlayStop

    Il sabato del villaggio di sabato 05/04/2025

    Il sabato del villaggio... una trasmissione totalmente improvvisata ed emozionale. Musica a 360°, viva, legata e slegata dagli accadimenti. Come recita la famosa canzone del fu Giacomo: Questo di sette è il più grandioso giorno, pien di speme e di gioia: di man tristezza e noia recheran l'ore, ed il travaglio usato ciascuno in suo pensier farà ritorno.

    Il sabato del villaggio - 05-04-2025

  • PlayStop

    Senti un po’ di sabato 05/04/2025

    Senti un po’ è un programma della redazione musicale di Radio Popolare, curata e condotta da Niccolò Vecchia, che da vent’anni si occupa di novità musicali su queste frequenze. Ospiti, interviste, minilive, ma anche tanta tanta musica nuova. 50 minuti (circa…) con cui orientarsi tra le ultime uscite italiane e internazionali. Da ascoltare anche in Podcast (e su Spotify con le playlist della settimana). Senti un po’. Una trasmissione di Niccolò Vecchia In onda il sabato dalle 18.30 alle 19.30.

    Senti un po’ - 05-04-2025

  • PlayStop

    Stay human di sabato 05/04/2025

    Ogni sabato, dalle 17.35 alle 18.30, musica, libri e spettacoli che ci aiutano a 'restare umani'. Guida spirituale della trasmissione: Fela.

    Stay human - 05-04-2025

  • PlayStop

    Soulshine di sabato 05/04/2025

    Soulshine è un mix eclettico di ultime uscite e classici immortali fra soul, world music, jazz, funk, hip hop, afro beat, latin, r&b, ma anche, perchè no?, un po’ di sano rock’n’roll. L’obiettivo di Soulshine è ispirarvi ad ascoltare nuova musica, di qualsiasi decennio: scrivetemi i vostri suggerimenti e le vostre scoperte all’indirizzo e-mail cecilia.paesante@gmail.com oppure su Instagram (cecilia_paesante) o Facebook (Cecilia Paesante).

    Soulshine - 05-04-2025

  • PlayStop

    Highlights di sabato 05/04/2025

    La campagna "Show Israel the red card", nata dal basso dalle Green Brigade del Celtic Glasgow, sta raccogliendo centinaia di adesioni tra le tifoserie di calcio per spingere la Fifa a riconoscere che Israele sta annientando la popolazione palestinese e andrebbe esclusa dalle competizioni internazionali. Ne abbiamo parlato con Gabriele Granato di Calcio e Rivoluzione, il progetto collettivo che ha portato la campagna in Italia. La World Athletics ha annunciato test genetici obbligatori per l'accesso alle competizioni delle categorie femminili. Una forma di discriminazione che il mondo dello sport non si è messo alle spalle perché continua a non farsi le domande giuste. Alessia Tuselli, sociologa dell'università di Trento, ci ha aiutato a tenere fermi i punti fondamentali.

    Highlights - 05-04-2025

  • PlayStop

    Chassis di sabato 05/04/2025

    Chassis 5 aprile 2025 con Greta Scarano, Yuri Tuci, Matilda De Angelis regista e interpreti di "La vita da grandi"; Gianluca Matarrese su "Gen_"; Fulvio Lombardi su "I Portuali". Tra le uscite: The Shrouds di David Cronenberg; Di noi 4 di Emanuele Gaetano Forte; Il Complottista di Valerio Ferrario; Cure di Kiyoshi Kurosawa; The Last Showgirl di Gia Coppola; Taxi Driver di Martin Scorsese.

    Chassis - 05-04-2025

  • PlayStop

    I girasoli di sabato 05/04/2025

    “I Girasoli” è la trasmissione di Radio Popolare dedicata all'arte e alla fotografia, condotta da Tiziana Ricci. Ogni sabato alle 13.15, il programma esplora eventi culturali, offre interviste ai protagonisti dell'arte, e fornisce approfondimenti sui critici e sui giovani talenti. L’obiettivo è rendere accessibile il significato delle opere e valutare la qualità culturale degli eventi, contrastando il proliferare di iniziative di scarso valore e valutando le polemiche sulla politica culturale.

    I girasoli - 05-04-2025

  • PlayStop

    Il Verziere di Leonardo di sabato 05/04/2025

    Il Verziere di Leonardo è un racconto del cibo a partire dal territorio fino alle situazioni globali, va in onda tutti i sabati dalle 12 alle 13. Parliamo di agricoltura e surriscaldamento della Terra, di coltivazioni di prossimità, e tendenze globali. Raccontiamo il paesaggio rurale con le sue opere idrauliche, l’agricoltura sociale e la cooperazione internazionale. Ci soffermiamo anche sulla storia delle produzioni agroalimentari. A cura di Fabio Fimiani

    Il Verziere di Leonardo - 05-04-2025

Adesso in diretta