
Da alcuni mesi l’ISIS sta lentamente perdendo terreno, tanto in Siria quanto in Iraq. Diversi gruppi armati, anche se spesso non coordinati tra loro, si stanno avvicinando a Raqqa e a Mosul, le due principali città controllate dallo Stato Islamico. A Falluja, nella provincia irachena di Anbar, dove l’ISIS ha mosso i suoi primi passi, l’esercito di Baghdad ha rimesso poche settimane fa la bandiera irachena sul palazzo del governo. Un’avanzata, su tutti questi fronti, resa possibile anche dai bombardamenti russi e americani sulle postazioni del Califfato.
Ma nonostante questa costante perdita di territorio lo Stato Islamico, proprio in questo momento, continua a essere un modello a cui molti s’ispirano. Un solido punto di riferimento per singoli individui, gruppi non organizzati, oppure organizzazioni con una solida struttura alle spalle e contatti diretti con la rete dell’ISIS.
Allo stesso tempo, nonostante l’aumento dei controlli alle frontiere europee e l’innalzamento di nuove barriere, ci sono ancora combattenti stranieri, i famosi foreign fighters, che fanno avanti e indietro dal Medio Oriente.
Gli attentati dei mesi scorsi a Parigi e Bruxelles, gli attacchi di queste ultime settimane a Dacca, Baghdad, Istanbul, Medina in Arabia Saudita, e con ogni probabilità quanto successo ieri sera a Nizza confermano questo fenomeno, seppur con caratteristiche molto diverse fra loro.
Proprio nel momento della sua peggiore crisi interna, l’ISIS sta riscuotendo il suo maggior successo internazionale. Per quale motivo? Quali sono le ragioni di questo sua popolarità “oltre confine”?
Quello che succede nei paesi musulmani o nelle regioni a forte presenza islamica (Medio Oriente, Caucaso, ex-repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, Afghanistan, Pakistan, Asia Orientale) è in qualche modo più comprensibile rispetto alle dinamiche sociali che caratterizzano alcuni paesi occidentali.
Per questo motivo per comprendere l’ISIS, o meglio ancora il fenomeno dell’estremismo, è probabilmente più utile capire cosa stia succedendo all’interno delle nostre società occidentali. In Europa oltre a Francia e Belgio, dove in questi ultimi mesi ci sono stati gli attentati, c’è anche il caso della Svezia.
Le operazioni militari in Siria e in Iraq, sul territorio del Califfato, non sono sufficienti. In queste ore il segretario di stato americano, John Kerry, è a Mosca per discutere di una maggiore cooperazione tra Russia e Stati Uniti nella lotta ai gruppi radicali islamici. Per quanto riguarda la Siria si potrebbe trattare di una grossa novità, ma dal nostro punto di vista, dal punto di vista occidentale, operazioni militari più efficaci non sono assolutamente sufficienti. Hassan Hassan, uno dei più attenti analisti dell’ISIS, ha appena scritto che lo Stato Islamico è sempre più forte, perché capace di adattarsi alle circostanze e di andare oltre il semplice controllo del territorio, il suo Califfato, in Siria e in Iraq.
Far luce su radicalizzazione, estremismo, processi legati all’uso della violenza nelle società occidentali ci può aiutare a comprendere quello che è successo a Nizza e quello che probabilmente succederà ancora in altre città europee. A prescindere dall’ISIS, da Al Qaida e dalle rivendicazioni che si attribuiranno gli attentati di ieri e di domani.