
“Prima vennero a prendere gli zingari, e io fui contento perché rubacchiavano”. Torna in mente il sermone del pastore luterano antinazista Martin Niemoller, e la sua lugubre conclusione: a furia di far finta di niente, non ci sarà nessuno a protestare quando verranno a prendere noi. Le borseggiatrici rom, i carcerati, i migranti sono le vittime deboli del decreto sicurezza, ma ci sono anche gli attivisti, i manifestanti: sono arrivati a noi, a chi fa politica nelle piazze.
Il ddl sicurezza era stato definito a ragione il più pericoloso attacco alla libertà di protesta nella storia repubblicana. L’atto con cui il governo Meloni gettava la maschera, rivelando le sue pulsioni autoritarie. Ora quel disegno è legge, per decreto. Con lo strumento dell’urgenza, usato per l’ennesima volta anche se l’urgenza non c’è, e con un’aggravante: l’esecutivo ha scippato al Parlamento le sue prerogative in corsa, dato che il decreto va a sostituirsi a una legge in itinere.
Un salto di qualità nelle tante forzature della Costituzione a cui questa Destra ci ha abituato. Si tratta, in effetti, di non abituarcisi, non lasciar passare sotto silenzio questo spostamento dell’asticella sempre un po’ più in là, nella direzione delle autocrazie alla Orban. Sarebbe bello che il Presidente Mattarella non si accontentasse delle modifiche che pur ha ottenuto in questa nuova legge, ma decidesse per una volta di non firmarla.