Dalla Libia è arrivata una doccia fredda. Per il momento non c’è un governo di unità nazionale, condizione posta dal governo italiano per intervenire militarmente in Libia contro Daesh e per sostenere il governo a ricostruire le strutture dello Stato, soprattutto forze armate e di sicurezza. Il Parlamento Libico non è riuscito martedì a votare la fiducia al governo a guida Fayez Sarraj, proposto dall’ONU dopo estenuanti e lunghe trattative a Skheirat, in Marocco.
Si complica così il panorama politico libico a causa del prevalere di interessi di parte contro gli interessi generali della nazione. Il presidente del Parlamento Aqila, ha detto che “la seduta è stata rinviata alla prossima settimana e il Parlamento chiederà la revisione di tutto il percorso finora compiuto, perché i libici rifiutano l’intervento straniero”. Aqila in realtà ha annunciato anche un’altra novità: la seduta del Parlamento non si terrà più in “esilio” a Tobruk, ma nella sede naturale Bengasi, vista la sua liberazione dalle milizie jihadiste per mano dell’Esercito Nazionale guidato dal Generale Haftar. Nell’ultimo mese, in realtà, il Parlamento non è riuscito a raggiungere il numero legale a causa delle intimidazioni subite dai deputati favorevoli al governo.
Il pomo della discordia è la carica di ministro della difesa che il generale Haftar, alleato di Aqila, vorrebbe a sé, visto che non potrà più rimanere nel suo posto di comando nelle Forze armate, per raggiunti limiti d’età e per l’opposizione della Fratellanza Musulmana.
Visti questi sviluppi, la decisione delle potenze occidentali di un possibile intervento militare in Libia rimarrebbe, se venisse attuata, senza legittimità. I segnali da Washington sono chiari, in Libia Daesh sta accrescendo il suo spazio di manovra e sta reclutando molti miliziani africani con l’arrivo anche di donne suicide senegalesi e nigeriane. La loro presenza è stata confermata da azioni di polizia compiute dalle milizie islamiste a Sabratha, dove 7 donne di nazionalità senegalese sono state arrestate e altre tre uccise; una è morta per aver innescato la cintura esplosiva che indossava.
Gli USA vogliono accelerare i tempi dell’intervento militare occidentale in Libia, ma allo stesso tempo non gradiscono di avere “The boots on the ground”, gli scarponi sul campo di battaglia, con il conseguente ritorno dei propri soldati nelle bare. L’Italia si è candidata a svolgere il ruolo di guida in una coalizione occidentale e la benedizione degli USA è arrivata più di una volta, sia per bocca di Obama e di Kerry, sia recentemente dallo stesso segretario di Stato per la difesa, Ash Carter (“L’Italia ha offerto di assumere la guida in Libia. E noi abbiamo già promesso che l’appoggeremo con forza”) Francesi e britannici, invece, non sono molto convinti e lavorano per conto loro. Dopo le rivelazioni di Le Monde sulla presenza di truppe speciali a Labraq e Benina (due aeroporti vicino a Bengasi e Tobruk), la stampa britannica (Il Telegraph) ha scritto tre giorni fa che truppe speciali britanniche e statunitensi si trovano a Misurata.
Martedì, il ministro della difesa tunisino, Farhat Harachani, ha confermato che unità speciali tedesche addestreranno soldati e poliziotti libici in basi in Tunisia. Informazioni sulla stampa libica e su siti italiani di “Intelligence” affermano che in Libia, nei pressi del terminale Gas di Millitha, vi sarebbero reparti speciali italiani in difesa dell’impianto dell’ENI. Va ricordato che all’inizio di febbraio, il governo italiano ha segnalato la partenza di un gruppo di Comsubin (Comando incursori subacquei) dalla base di Varignano (La Spezia) per una non specificata missione al largo della Libia. Probabilmente si trovano su un nave della Marina militare italiana in attesa di compiere azioni in caso di emergenza.
L’armata Brancaleone occidentale ha per il momento una sigla ed un nome: “LIAM”; che sta per: “Lybian International assistance mission”. Ma la sua azione diventerebbe letale, sia per i libici che per le nazioni che ne fanno parte, se le operazioni entreranno nel vivo, sull’onda dell’urgenza della guerra contro il terrorismo jihadista. Per il momento il dibattito è concentrato su a chi tocca la guida della missione. Dallo scorso settembre, quando l’allora inviato speciale dell’ONU in Libia, Leon, ha consegnato il suo piano alle parti libiche, si parlava di un corpo di cinquemila soldati occidentali da mandare in Libia, dopo la nascita del governo di riconciliazione nazionale, con i compiti di peacekeeping e di addestramento per le forze armate e quelle di sicurezza libiche, ma non di azioni di combattimento contro Daesh. Operazione questa che compete alle forze armate libiche, una volta cancellato l’embargo sull’esercito libico. Adesso diversi analisti militari, o finti tali, sostengono che la missione dovrà impiegare dai 10 ai 30 mila soldati. La guida italiana della missione è quasi scontata dal punto di vista tecnico, perché il generale italiano Paolo Serra dal 15 novembre 2015 è il consigliere militare dell’inviato speciale dell’ONU, Martin Kobler.
In tutto questo periodo ha condotto defatiganti trattative con le contrapposte milizie libiche, per cercare di costruire un percorso di sicurezza al governo Sarraj. Anche la guida di EunavforMed – Sophia, contro il traffico di esseri umani di fronte alle coste libiche, è nelle mani di un italiano, l’Ammiraglio Enrico Credendino. La posizione politica dell’Italia è stata ribadita nel recente Consiglio supremo di difesa, tenuto al Quirinale, su convocazione del presidente della Repubblica, ed è favorevole all’intervento, ma soltanto nell’ambito di una cornice di legittimità internazionale, cioè il via libera dell’Onu, che è già di fatto acquisito, e la richiesta del governo libico di unità nazionale. In questi giorni, il governo Renzi dovrà decidersi se seguire gli altri Paesi occidentali nell’avventura libica oppure mantenere la linea prudente finora perseguita. I tempi e gli interessi della politica libica non coincidono con quelli occidentali e non è chiaro se l’eventuale missione sarà compiuta con un contingente numericamente consistente, e con compiti decisamente “operativi” oppure ci si limiterà, come chiedono i comandanti dell’esercito libico, a compiti di addestramento delle forze locali.
Una terza scelta sarebbe quella di spedire “forze speciali” di protezione di obiettivi sensibili. Una cosa è chiara: un intervento occidentale in Libia, con bombardamenti dal cielo non cancella la presenza dei terroristi jihadisti; ma truppe di combattimento occidentali sul suolo libico saranno viste come forze di occupazione, anche nel caso di un consenso di eventuale governo legittimo. Sarebbe un’occasione inattesa favorevole agli jihadisti, per infuocare la loro propaganda con il falso pretesto della difesa dell’islam aggredito dai “crociati”, come avvenne d’altronde in passato, raccogliendo reclute tra le miserie delle città arabe ed africane e forse anche altrove.
Non è chiaro quale sia la strategia che sovrasta a questo rifiuto di mettere gli stessi libici nelle condizioni di combattere, fin d’ora, contro il sedicente califfato, visto anche che a Bengasi e a Sabratha, le due parti libiche, divise e contrapposte, hanno dimostrato di essere all’altezza del compito nel proprio ambito territoriale.