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Samara Joy, dal Bronx ai Grammy: “La natura creativa del jazz parla anche ai giovani”

Samara Joy, dal Bronx ai Grammy

Gli ultimi anni di Samara Joy sono stati incredibili. Dal 2021, anno del suo diploma e del suo esordio discografico, ha girato più volte il mondo in tour, pubblicato altri due album più uno special natalizio e vinto cinque Grammy Awards in tre differenti edizioni. Il tutto a 25 anni.

Nata e cresciuta nel Bronx, proverbiale periferia delle periferie, cresce in una famiglia in cui la musica, e il canto gospel in particolare, sono ingredienti quotidiani. Il Jazz però arriva relativamente tardi, negli anni del college, ed è una vera e propria epifania. L’entusiasmo che la travolge è visibile anche oggi, nelle sue performance dal vivo ma anche quando parla, quando racconta del suo rapporto con la musica, con la sua voce e con quello che le sta accadendo. Martedì e mercoledì ha suonato in una doppia data al Blue Note. È in questa occasione che l’abbiamo incontrata, finalmente di persona.

Sta andando molto bene” ci racconta. “Sono sempre grata di una pausa per resettare e trovare nuove idee creative e modi per entrare in contatto con il pubblico. Quindi, ora che sono qui e che abbiamo sperimentato negli ultimi due mesi, questi ultimi spettacoli del tour a Milano sento che saranno i migliori”.

Dall’ultima volta che abbiamo avuto modo di parlare via Zoom, hai vinto altri due Grammy. È un grande momento per te. Facciamo però un passo indietro. Tu provieni anche da una famiglia in cui la musica è un elemento importante. Quanto è stato importante essere cresciuta in un ambiente del genere?

Penso che sia stato fondamentale per quello che sono ora come artista. Tutto ciò che ho imparato e ascoltato mentre crescevo, ascoltando mio padre e i miei zii cantare, e ascoltando ciò che loro ascoltavano quando erano più giovani, sento che ormai fa parte di me. Anche quando ho iniziato ad ascoltare il jazz, l’ho affrontato da un punto di vista diverso rispetto a chi lo ascolta da una vita. Nessuno dei due approcci è migliore dell’altro, ma sentivo che con la mia prospettiva unica, mi sentivo ancora più autorizzata a dare forma alla mia voce aggiungendo il jazz alla mia identità musicale. Sapevo di avere un sacco di musica nella mia mente e nelle mie orecchie. Ma quando ho iniziato ad ascoltare il jazz, è stata una sfida completamente nuova, che mi è piaciuta, perché mi sono sentita come se avessi un altro genere e un’altra lista di strumenti e artisti da ascoltare. E le loro influenze, le loro voci creative mi ispirano ogni giorno per capire come aggiungere la mia voce a questo genere che hanno creato.

La musica è ancora importante nella condivisione della tua vita con la tua famiglia? Parlate ancora di musica, la condividete tra di voi?

Sì. Sempre. E credo che sia diventato un nuovo punto di legame ad esempio con il mio fratellino. O forse lo è sempre stato. Io e lui siamo un po’ vecchie anime, perché i miei genitori sono nati entrambi negli anni ’60. E molta della musica che ascoltano arriva dalla Motown. Ci sono il soul, il funk e tutte le diverse generazioni che hanno formato lo sviluppo di questo suono. Così io e mio fratello ci mandiamo canzoni a turno. E spesso non sono nuove. Sono canzoni degli anni ’80. Sono degli anni ’90 o degli anni ’70. Credo sia divertente.

Non sono canzoni nuove, ma sono nuove per voi.

Sì, sono nuove per noi. E questa è la nostra formazione musicale, il nostro background. E la musica è ancora un grande punto di unione per tutti noi, qualcosa che a volte condividiamo anche durante le vacanze.

Samara Joy, dal Bronx ai Grammy

I tuoi genitori sono degli anni ’60, ma tu no. Sei molto giovane. Hai 25 anni. E non è così comune trovare un artista così giovane nel jazz. Al giorno d’oggi, quanto è importante per te comunicare a persone della tua età il tipo di musica che suoni?

Penso che a questo punto mi venga naturale, credo, per via della mia prospettiva unica di venticinquenne in questo genere. In definitiva, quando mi esibisco, soprattutto con la band che ho ora che è piena di altri venticinquenni, riusciamo ad arrivare alla nostra generazione e a quelle più giovani. Ci sono studenti del college che ascoltano l’album e vogliono vedere gli spartiti per poter eseguire le canzoni al loro saggio di fine anno, o anche giovani liceali che sono interessati a prendere in mano uno strumento perché vedono il tipo di musica, la qualità della musica che facciamo e il livello a cui la facciamo. Io non cerco necessariamente di modellare la mia musica per adattarla a un pubblico giovane, ma penso che la natura del jazz sia creativa e individuale. E non so, è divertente. È divertente da fare, è divertente da cantare ed è divertente interagire con le persone sul palco. È una cosa collaborativa. Quindi è bello vedere altri musicisti che vengono agli spettacoli, li guardano online e hanno qualcosa a cui ispirarsi, perché ci sono così tante voci giovani, così tanti giovani strumentisti e persone che stanno iniziando ora il loro percorso. Ma è bello che la gente si sintonizzi su quello che sto facendo e pensi “c’è qualcosa per tutti”.
C’è qualcosa per un 25enne, qualcosa per un liceale, qualcosa per chi è più avanti, chi è maturo e ha ascoltato il jazz per tutta la vita. E ora hanno un nuovo tipo di persona da ascoltare. Quindi, sì, è importante. E sono contenta che, grazie, non so, alla qualità e al modo in cui cerco di esprimermi, questo raggiunga tutte le persone.

Inoltre il jazz ti dà l’opportunità di usare la tua voce come uno strumento, perché puoi lavorare sui classici, ma puoi provare a farli a modo tuo. In “Portrait” ad esempio, il tuo ultimo disco, lavori su “Reincarnation of a Lovebird” di Charles Mingus aggiungendovi un testo. Un autore per niente scontato. Quanto è importante misurarsi su qualcosa che è già un classico?

Penso che sia una sfida divertente. Penso che sia qualcosa che è già stato dimostrato da molti musicisti e cantanti. Alcuni musicisti, per esempio, nell’era del bebop, prendevano una canzone e scrivevano nuove modifiche, magari un’armonia estesa o altri cambiamenti che venivano fuori provandola, e la ribattezzavano in un altro modo, creando qualcosa di completamente diverso solo basandosi sullo scheletro di una canzone o di un’armonia. Per quanto riguarda le cantanti, alcune delle mie preferite sono Betty Carter e Carmen McRae. È come se cantassero i classici, o comunque qualcosa che non è mai stato cantato al di fuori del contesto originale, trovando un modo per renderli propri. E quindi avere l’opportunità di renderli miei con altre sette persone è stata una sfida divertente. Penso che anche quando il pubblico non conosce una certa canzone, è comunque bello ascoltare qualcosa che può suonarti nuovo, ma in realtà è vecchio. Stiamo solo aggiungendo, pur facendo la stessa cosa. È una cosa che è stata fatta, ma noi la facciamo a modo nostro.

E per quanto riguarda le vere novità, gli inediti, state lavorando a qualcosa? Perché la scorsa volta ci raccontavi che è un’altra parte divertente del tuo lavoro su cui avevi intenzione di lavorare. Come sta andando?

Di solito eseguo la mia prima canzone originale nello show, la canzone che ho registrato nell’album Portrait. Sto lavorando su altre cose inedite, su altri testi negli ultimi mesi. Il bello del tour è che non solo possiamo suonare brani e canzoni che si trovano nell’album, ma possiamo anche sperimentare nuove canzoni, nuovi arrangiamenti. E quindi ci sono parti in cui inserisco dei testi su classici del jazz, proprio come ho fatto con Reincarnation of a Lovebird, la canzone di Mingus che ho messo nel disco. C’è un po’ di Benny Golson,
c’è un po’ di Thelonious Monk, Duke Ellington. Quindi sta andando bene,e ci stiamo preparando a scrivere per un contesto ancora più ampio al di fuori di questo. Ci sono arrangiamenti e orchestrazioni in corso, e io sono entusiasta di continuare a lavorare.

Tornando al tuo rapporto con la musica, tu che ascoltatrice sei? Cosa ascolti di solito, a parte il jazz? Ti capita di ascoltare altri stili o generi?

Sì, mi capita di ascoltare dei set Disco e house music, dei DJ set, dopo uno spettacolo a volte. Mi capita di ascoltare il gospel. C’è un artista meraviglioso, un artista leggendario del gospel,si chiama John P. Kee.
Mi piace ascoltare Angie Stone che purtroppo, come sapete, è morta il primo di questo mese. Ma non avevo capito la profondità della sua influenza nell’industria musicale. Credo sia stata la prima rapper donna, con il gruppo dei “The Sequence”, che ha creato con un suo amico. Quindi era una rapper,
scriveva per altre persone, e poi ha creato la sua carriera come artista soul e R&B. Era come una rock star. E ha collaborato e scritto con un sacco di persone diverse. Era una figura potente nella musica. Ma, come molti, non è stata apprezzata e ha dovuto continuare a fare tournée per tutta la vita, anche se aveva tutti questi dischi d’oro e di platino. Quindi, sì, mi piace scoprire artisti che non sono nuovi, ma che hanno una grossa influenza, sono multi talentuosi e sfaccettati. Scrivono, cantano, producono i loro dischi. E ancora di più il fatto che fosse una donna in questo tipo nell’industria è incredibile.

Samara Joy, dal Bronx ai Grammy

In merito al tuo inizio con il jazz, ci puoi raccontare come è andata, cosa ti ha fatto decidere di iniziare a lavorare con questo tipo di musica? Ti capita mai di pensare, in quanto giovane artista, di poter essere d’ispirazione anche per ragazzi della tua età, fargli scoprire il jazz e gli artisti legati a questo genere?

L’ho scoperto e ho iniziato ad ascoltarlo al liceo. Avevo 16, 17 anni. All’epoca avevo appena iniziato a cantare in chiesa, ma non ne ero davvero interessata, per essere onesta. Pensavo: “Ok, faremo un paio di canzoni jazz per la lezione, imparerò i brani e poi basta”. Non ho approfondito, insomma, nulla. Ma quelle stesse canzoni le ho usate poi per i provini all’università. Si trattava di una o due canzoni che avevo imparato. E quando sono stata ammessa, mi sono detta: “Non so nulla di questa musica”, e ho avuto la possibilità di provare ad ascoltare qualcosa di nuovo, cercare di assorbirlo e farlo mio. Ed è stato difficile. Sono felice di aver accettato la sfida perché credo che, anche se non avessi continuato con il jazz nella mia vita, mi avrebbe reso comunque una musicista o una cantante migliore, perché stavo imparando la teoria e stavo imparando molto sull’allenamento dell’orecchio, sulle melodie, sul canto, sulla narrazione e su tutte queste cose. Ma è successo che dopo la laurea ho iniziato la mia carriera e, sai, forse il messaggio o ciò che stavo cercando era proprio la musica. Non pensavo a cose come: “Tra cinque anni vincerò tanti premi”, non era questo il piano. Sapevo solo che amavo cantare. Sapevo di avere un background nel canto, ma era una cosa nuova, una sfida, stavo imparando tutto questo repertorio per la prima volta. E gli album che ho composto fino a questo momento sono solo canzoni che amavo in quel periodo. Io mi sono laureata nel 2021. E quindi un paio d’anni dopo la laurea, il fatto che tutto questo stia accadendo e sia andato in questo modo, onestamente, non faceva parte del mio piano. E quindi penso che il messaggio che vorrei trasmettere alle persone che si sono ispirate a me all’università e che si sono trovate nella stessa posizione, chiedendosi quale strada intraprendere, è di trovare ciò che amate e di esercitarvi e lavorarci su. Se lo amate davvero, le porte si apriranno, le opportunità vi troveranno e vi verranno incontro. Ma dovete essere preparati ad affrontarle. E penso che forse cercare di fare paragoni e dire “io sono qui e quella persona è laggiù che fa le sue cose”, non serva a nulla. Il vostro percorso sarà molto diverso da quello di ogni altra persona che incontrerete. Credo fosse mio padre che una volta mi disse “è molto meglio avere il tuo percorso unico con tutte le sue sfide e lezioni piuttosto che una brutta copia di quello di qualcun altro, perché comunque la tua vita non assomiglierà mai a quella di un altro. Una volta ottenuta, potresti capire perché non è quello che volevi, sai?. Penso che per il momento la tua responsabilità sia verso te stessa e verso la ricerca di ciò che ti piace, circondandoti di persone che potrebbero essere interessate alle stesse cose, o a cose diverse, e lavorando su questo”. Perché è molto meglio trovare ciò che si ama, farlo e fare ciò che si deve fare per sostenere questa passione. Se devi fare altri lavori, se devi, sai, viaggiare, fallo, fai tutto ciò che alimenta il tuo obiettivo. Penso che la passione per la cosa che si vuole perseguire, di cui non si può vivere senza, sia l’unica cosa su cui concentrasi. Non i premi, ne nessun’altra cosa. Sai, se i premi dovessero sparire domani, per cosa lo avresti fatto? Capisci? Questo è il messaggio che vorrei trasmettere.

L’ultima volta che ci siamo incontrati mi hai detto: “Beh, ora sono stata ai Grammy, ho visto Hollywood. Non so se è il tipo di vita che voglio, forse no. Forse non sono quel tipo di persona”. Quindi la domanda è: come ti vedi tra due o tre anni?

Mi vedo vivere in Italia. No, scherzo. Tra due o tre anni ne avrò quasi 30. Hai ragione, non mi piace la vita di Hollywood. Non mi interessa. Mi piace andarci ogni tanto, vestirmi elegante e vedere tutti quei musicisti e creativi in un unico posto. Ma tra due o tre anni spero di avere un equilibrio più stabile tra lavoro e vita personale, in modo da potermi presentare al pubblico al cento per cento e non essere esausta o a corto di idee. Voglio sempre essere presente e presentare qualcosa di nuovo e autentico, e credo che questo sia ciò che amo di questo progetto e di questa band: è nato da un luogo organico e naturale. Volevo i fiati. Volevo gli arrangiamenti. Volevo un suono unico e creativo da coltivare con i miei coetanei, in particolare. Perché ho visto una combinazione come quella che risale a Dizzy e Charlie Parker, Miles e Charlie Parker, quando erano ventenni, che cercano la musica perché la amano e suonano con i loro coetanei. Quindi voglio suonare con i miei coetanei. Volevo mostrare agli altri che è bello farlo e che è bello non cercare di imitare qualcosa, ma cercare la propria voce creativa. Non sono la prima a farlo, non sarò l’ultima a condividere questo messaggio. Ma sì, spero che tra due o tre anni lo farò ancora, alle prese con la prossima ondata di qualsiasi cosa mi ispirerà.

  • Autore articolo
    Matteo Villaci
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