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La risposta dell’Europa è inadeguata alla velocità dei cambiamenti imposti da Trump

Ursula von der Leyen ANSA

Ursula von der Leyen ha mostrato di essere ben conscia del fatto che per l’Europa è iniziata una nuova epoca, ma nel suo discorso alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco non ha manifestato quell’energia necessaria per dare un impronta al nuovo momento storico.

La Presidente della Commissione ha genericamente parlato di una rinnovata collaborazione con gli USA; ha promesso una risposta forte e unita, un’accelerazione del processo di adesione all’UE di Kiev. Ursula von der Leyen ha annunciato che chiederà la possibilità di sforare dai rigidi parametri dei bilanci per i paesi che vorranno aumentare le loro spese per la difesa – Germania e Svezia si sono opposte nel recente passato – ma non è riuscita a dare forza alla reazione di Bruxelles alla velocità imposta da Donald Trump ai cambiamenti.

La telefonata tra il Presidente USA e Vladimir Putin ha cancellato la politica di Washington in Ucraina, ha spiazzato l’Unione Europea, facendola sentire esposta agli accordi sulla sicurezza che i due potrebbero prendere a dispetto degli europei, accordi che Mosca traduce come la creazione di nuove sfere d’influenza, ha messo in un angolo Kiev, mettendo un’ipoteca sul futuro Ucraino, perché Trump sembra indirizzato a dare a Putin una vittoria politica che lui non è riuscito a raggiungere sul campo di battaglia.

A tutto questo, Ursula von der Leyen, nonostante la consapevolezza, ha risposto in modo quasi burocratico. Sa che dovranno essere i capi di stato e di governo a dare un indirizzo, ma ai continui colpi inferti ora da Washington – il discorso del vice di Trump, JD Vance era esplicito – i dirigenti europei rispondono a tono, ma con scarsa vigoria.

L’estone Kaja Kallas, ministro degli esteri della UE, oggi si è differenziata dai toni di altri rappresentanti europei. Ha chiesto: i paesi europei sono pronti a mandare i soldati in Ucraina per garantire la sicurezza di Kiev? E’un’esortazione ad agire, ma i segnali che arrivano dalle capitali europei sono ben diversi. Come sonnambuli, i governati europei si muovono, ma non riescono ad uscire dalla morsa preparata loro da Trump e Putin

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    Michele Migone
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    Sembrerebbe un atteso, gradito ritorno. Ma non è così. Parliamo della politica industriale, che ritorna ad affacciarsi nel Libro Verde, documento pubblicato dal Ministro delle Imprese e del Made in Italy per disegnare le traiettorie di rilancio industriale del Paese in una fase estremamente complessa e turbolenta, a livello globale, europeo e nazionale. La buona notizia è che il MIMIT intende aprire un nuovo capitolo dopo la lunga e fallimentare stagione del laissez faire e della mano libera al mercato, condita da ricchi incentivi e sgravi fiscali a pioggia, senza condizionalità, per le imprese. La pessima notizia è che si punta su ricette di politica industriali del tutto miopi e sbagliate, dal nucleare alle armi, passando dai biocarburanti e dal lavoro precario. L’ottavo episodio del podcast “A qualcuno piace verde” dell’Alleanza Clima Lavoro, curato da Massimo Alberti, analizza il Libro Verde e offre una prospettiva alternativa: quella di una politica industriale con al centro un rinnovato protagonismo dell’attore pubblico e con la giusta transizione ambientale e sociale come stella polare per lo sviluppo sostenibile del Paese.

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    a cura di Davide Facchini. Per le playlist: https://www.facebook.com/groups/406723886036915

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